Il racconto di un banco di scuola

Sono un banco di scuola, abito in una classe delle scuole superiori della Barbara Melzi e misuro 50 cm di larghezza e 70 di profondità. L’altezza? Nessuna me l’ha mai chiesta; direi q.b.
Il 2019 si era concluso come al solito, con gli auguri dei ragazzi e dei proff e con le uvette del panettone spiaccicate sopra la mia testa, il profumo dolce dei canditi e le confezioni dei regali appena scarti accartocciate al primo piano. Sì perché noi banchi abbiamo due piani: il primo – il nostro cuore – che assomiglia ad un sottoscala dove i ragazzi lasciano di tutto (ma proprio di tutto!!) e il secondo piano, quello verde o bianco che tutti vedono, il volto pubblico.
Una bella pulizia e finalmente un po’ di riposo in attesa del 2020. Gli studenti ritornano – il ragazzo che abita da me si chiama Filippo – e la straordinaria vita di ogni giorno ricomincia. Ma arriva febbraio e succede qualcosa di strano; mai accaduto prima. Filippo non viene a scuola; è successo che si ammalasse, ma dopo un giorno o due ritornava. Questa volta no; passano i giorni, le settimane, i mesi. Filippo non ritorna e così i suoi compagni. Io non capisco, anche gli altri banchi restano vuoti. Ci guardiamo, ma c’è solo silenzio. Fa freddo.
Qualcuno di noi conserva ancora i libri al primo piano, qualche quaderno e i pacchetti dei fazzoletti di carta. Li
coccoliamo, conservano ancora il profumo dei ragazzi. Niente disegni sul secondo piano, niente suggerimenti scritti in matita da nascondere sotto il foglio della verifica, niente dita sporche che fanno sparire i suggerimenti con la saliva, niente mani unte dopo l’intervallo, niente scarpe puzzolenti e carte di merendine al primo piano. Niente.
La primavera trascorre così; nel silenzio assordante dell’assenza di Filippo e dei suoi compagni.
A giugno, praticamente alla fine della scuola quando il sudore delle ore di gioco si confondeva sulla nostra pelle con le briciole, le gocce d’acqua e le matite temperate, sento che succede qualcosa di doloroso; sentiamo solo delle voci, ma da quelle parole capiamo che qualcuno è volato in cielo. Già a marzo avevamo intuito che qualcosa di brutto stava succedendo, ma ora, ma ora sento che Filippo vorrebbe bagnarmi con le sue lacrime.
Finalmente con gli esami dei più grandi, riesco a vedere i proff e anche qualche volto dei ragazzi. Oddio, in realtà sono strani, sono tutti mascherati, indossano i guanti e non passa ora che qualcuno venga a pulirmi; non ci sono macchie di inchiostro o impronte da rimuovere, ma pare che ci sia uno sporco che chiamano Covid. Allora pulitemi bene, pulitemi tutto anche se con tutto questo alcol finirò certo per ubriacarmi…
Arriva l’estate, il sole ci scalda e si avvicina l’inizio di un nuovo anno di scuola. Finalmente rivedrò Filippo.
Si sente che c’è attesa: prendono le misure, mettono degli adesivi colorati sotto i nostri piedi, ancora ci puliscono e disinfettano. Tutto è pronto. Spiace un po’ che noi banchi dobbiamo stare separati, ma è un sacrificio che si può fare.
Eccolo, eccoli…. voi non lo sapete ma noi sorridiamo quando arrivano i ragazzi la mattina; e non importa se ci scaricano addosso tutto il peso dei loro zaini, se si siedono sopra di noi, se ci sporcano la faccia con il caffè caldo ancora prima dell’appello… sono fatiche che si fanno volentieri!!! Noi siamo i banchi di scuola e siamo forti!
Arriva l’autunno e torna la solitudine. Almeno i banchi nelle classi delle medie hanno la fortuna di avere i loro ragazzi, possono sentire il profumo della colla che si appiccica da tutte le parti mentre fanno i lavoretti di Natale, le briciole di gomma che sono soffiate via dai fogli e ci fanno il solletico…. Noi banchi delle superiori ci accontentiamo di sentire i proff che parlano con i ragazzi attraverso il pc messo su mamma cattedra… non è molto, ma almeno non restiamo da soli.
Il 2020 è finito, dalla finestra vediamo scendere la neve; chissà se a gennaio i ragazzi torneranno in classe; desideriamo tanto riabbracciarli. Sarebbe un regalo meraviglioso e sono certo che anche Filippo non vede l’ora di tornare da me, di pastrugnarmi tutto, di appoggiare la sua testa sulla mia quando le lezioni sono noiose e i pensieri corrono fuori dalla finestra. Tutti noi ci stiamo preparando con il vestito più bello, hanno rimesso gli adesivi sotto i nostri piedi e pregustiamo i colori, i sapori e gli odori dei giorni antichi; addirittura ho quasi nostalgia delle gomme da masticare attaccate sotto il primo piano dove ora compare la scritta “Ciao Guerriero” con un grande cuore.
Sono solo un banco di scuola di una classe delle superiori della Barbara Melzi, misuro 50 cm di larghezza e 70 di profondità e ho tanta voglia di rivedere il “mio” Filippo.
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